Serena Mancini

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Sento, dunque sono

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Le emozioni mi affascinano.

Ho cercato a lungo nei testi dello yoga indicazioni per indagarle, nella pratica e nella vita, e qualche anno fa mi sono imbattuta in un breve manuale che si intitola “Piccolo trattato dell’emozione”.

Il testo raccoglie gli insegnamenti che la scrittrice Denise Desjardins, ha raccolto sul tema delle emozioni durante gli anni di pratica con il suo maestro Swami Pajnanpad.

Che cos’è l’emozione? È la vita, il sale e il lievito della nostra esistenza.
E dite che ci nuoce? Ma come potremmo vivere senza? E quando trabocca, viviamo forse per questo?
L’emozione non potrebbe essere tiepida né mediocre.
Emozionarsi significa vivere.

Denise Desjardins

Emozionarsi per sentire di esistere. Forse è per questo che nonostante il gran parlare di emozioni e di intelligenza emotiva – e a dispetto dei recenti contributi delle neuroscienze – la nostra relazione con le emozioni continua a rimanere ‘problematica’. Inconsapevole.

Dal punto di vista evolutivo le emozioni sono lo strumento di cui la natura ci ha dotatə per rispondere ai cambiamenti del contesto in cui viviamo. Saperle regolare ci permette di attraversare i momenti difficili, di evitare pericoli, di agire con forza ed energia. Ma anche di stabilire confini personali, di rifiutare un’ingiustizia, di elaborare un lutto.

La conoscenza che ci svela la loro funzione e ne illustra il funzionamento fisiologica tuttavia non ci mette al riparo dal timore di ‘sentire’ le emozioni.
Quasi sempre le viviamo come un eccesso. E perciò le temiamo.
In più sono imprevedibili e, come tutto quello che non riusciamo a controllare, generano un conflitto dentro di noi e complicano le relazioni.

Ce l’ho con mia madre, con mio padre, mia nonna, mio zio, con il mondo intero.
In poche parole ho delle emozioni. Anche se non ne parlo, la mia fronte si increspa di furore o di odio.
C’è chi mi prescrive di rimanere calmo. Io però non ci riesco.
Ne consegue scontento o cattiva coscienza e ben presto un senso di sconfitta. Invidia, collera, amore, odio, gelosia, rancore si susseguono a tutta velocità.
Insomma tutto ciò che bisogna mascherare ma soprattutto non esprimere mai. Sono condannato alla repressione.
Io voglio apparire buono, giusto, intelligente, nobile. Sì, apparire.
E non essere?
Non ci riesco.

Denise Desjardins

In altre parole l’emozione non sembra andare bene.
Riconoscere le emozioni, darsi il permesso di provarle e accettarle sembra un’impresa.

Susan David, psicologa e ricercatrice alla Harvard Medical School, ne dà testimonianza nel TED Talk in cui racconta la sua personale esperienza di rifiuto del dolore.

Mio padre morì un venerdì. Aveva 42 anni e io 15. Mia madre mi sussurrò di andare e salutare mio padre prima di andare a scuola. Così ho lasciato lo zaino a terra e ho attraversato il corridoio che portava dove era il cuore della nostra casa, mio padre, morente di cancro. I suo occhi erano chiusi, ma sapeva che ero lì. In sua presenza, mi sono sempre sentita percepita. Gli dissi che gli volevo bene, lo salutai e mi incamminai verso la mia giornata. A scuola, passai da Scienze a Matematica a Storia a Biologia, mentre mio padre scivolava via dal mondo. Da maggio a luglio, settembre, novembre, andavo in giro con il mio solito sorriso. Non ho abbassato la mia media. Alla domanda come me la stavo cavando, alzavo le spalle e dicevo: “Ok.” Ero elogiata per la mia forza. Ero la signora dell’essere Ok.

Susan David

In una cultura che valorizza esclusivamente la positività, reprimere e nascondere le proprie emozioni sembra essere l’unico atteggiamento socialmente accettabile.

Rifiutare il peso delle difficoltà ha sempre un costo.
Nel caso della David, il rifiuto della fatica e della tristezza per la perdita del padre e le successive difficoltà finanziarie, la spinsero verso una progressiva spirale negativa di isolamento e di disordine alimentare. Fino all’incontro con un’insegnante che le mostrò la possibilità di esprimere e riconoscere le emozioni represse semplicemente affidandole alle pagine di un quaderno che nessun altro avrebbe letto:

Fu un gesto semplice ma a dir poco rivoluzionario per me. (…) La corrispondenza segreta e silenziosa con me stessa. Come una ginnasta, iniziai ad andare al di là della rigidità della negazione in quello che ora sono arrivata a chiamare agilità emozionale.

Susan David

La bellezza della vita è imprescindibile dalla sua fragilità. La sola certezza è l’incertezza, eppure non attraversiamo questa fragilità comodamente.

Dal 2020 lo vediamo in modo evidente: l’aumento della complessità, i veloci e inaspettati cambiamenti tecnologici, politici ed economici, o ci influenzano a partecipare una emotività edulcorata oppure rinforzano la tendenza a rifiutare le emozioni difficili in modo sempre più rigido.

Eppure le emozioni si presentano per richiamarci a una presenza e invitarci a incontrare la vita così come è.

‘Essere esposti alla vita’ è l’indicazione poetica e precisa che ho ritrovato nelle parole Vimala Thakar, maestra spirituale indiana, filosofa e discepola di Jiddu Krishnamurti.


Nel libro “Il mistero del silenzio” Vimala scrive:

Avete mai notato le resistenze agli eventi della vita? […] L’emozione crea una resistenza, una divisione. Voi volete interpretare l’evento, identificarlo, riconoscerlo, valutarlo, dargli un’etichetta e collocarlo nella memoria sotto qualche categoria, in modo che tale esperienza vi sia utile per un’ulteriore interpretazione degli eventi. Desideriamo avere una difesa, e le esperienze sono parte del meccanismo di difesa, così come lo è la conoscenza. Abbiamo paura di essere esposti alla vita, di vivere in uno stato di innocenza, di assoluta, incondizionata vulnerabilità al nudo tocco della vita così com’è. (…) Occorre crescere verso la vulnerabilità, la tenerezza, la duttilità della meditazione e allora soltanto l’uomo sarà degno del proprio nome. 


Vimala Thakar

Vimala la chiama tenerezza, duttilità. Susan David la definisce ‘agilità emotiva’ (emotional agility).

Solo le persone morte non si stressano, non hanno mai i cuori spezzati, non provano mai la delusione che viene col fallimento. Le emozioni pesanti fanno parte del nostro contratto con la vita. Non si riesce ad avere una carriera significativa o crescere una famiglia o rendere il mondo un posto migliore senza stress e disagio. Il disagio è il prezzo di ammissione a una vita che abbia senso.
Quindi, come iniziamo a smantellare la rigidità e ad abbracciare l’agilità emotiva?
Solo quando siamo pienamente presenti, in totale sintonia con l’”adesso”, possiamo affrontare il momento in modo emotivamente agile.

Susan David

La via è quella della presenza, dell’esserci, aprendo il proprio cuore a ciò che realmente proviamo in un’accettazione radicale di tutte le emozioni che ci attraversano. 
Anche quelle confuse, difficili o socialmente etichettate come ‘negative’.

Insieme alla capacità di trovare le parole più precise per dirle, quelle più vicine ai reali sentimenti che proviamo. Più impariamo a essere precisə nel distinguere l’origine delle nostre emozioni, più saremo in grado di attivarci per muovere dei passi concreti. Li riconosceremo anche come i passi giusti, perché saranno allineati con i nostri valori essenziali: le emozioni si attivano infatti intelligentemente per indicarci e mostrarci proprio le cose a cui teniamo.

Ecco perché sono affascinata dalle emozioni.

Cosa ci stanno dicendo? Cosa ci stanno mostrando? Quale strada ci stanno indicando?
La curiosità non esclude il timore dell’attraversamento, ma è un buon talismano da tenere con sé.

Forse le prime volte ci sarà richiesto un atto di fede, ma dopo un certo numero di attraversamenti diventerà più facile incontrare la propria fragilità e scoprire che proprio lì si nasconde l’unica possibilità di vivere pienamente e rimanere apertə alla meraviglia.

La mia insegnante Sandra Sabatini lo ha detto in un modo meraviglioso e semplice.
Il suo invito è così irresistibile che non posso tenerlo solo per me:

La vita è così variopinta e imprevedibile. Fatti rotondə e rotola!

Sandra Sabatini

Sono Serena Mancini, formatrice e attivista della presenza

Promuovo pratiche di consapevolezza e di ascolto che accrescono la presenza, facilitano il cambiamento e favoriscono la comunicazione reciproca.

Lavoro con i team e le organizzazioni per diffondere una cultura della collaborazione.

Tutte le mie proposte hanno un obiettivo comune: creare uno spazio di presenza in cui essere ed esserci.

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